TUONO

TUONO

Io, seduto, in una mano, stretta, la siringa, nell’altra la lametta, indeciso con che cosa uccidermi, forse la dose che c’è nella siringa, è più veloce, forse meno dolorosa, un attimo e via, mentre ci vuole tempo per morire dissanguati. Certo che vedere il sangue che esce ha un suo fascino, come il fuoco in spiaggia.

Sono seduto, in un angolo solitario di Londra, è sera! Leitonstone e 11. Seduto sulla nuda terra, sotto l’asfalto, so che c’è la terra, posato come una margherita con la schiena ad un muretto, non è solo sera, ma è notte! Una pessima notte di solitudine disarmante, la solitudine non è semplicemente essere soli, ma è molto di più. Ho diciannove anni appena compiuti, tanto tempo prima, sono stato giovane, lo so per certo. Perché sono a Londra?

Ho deciso, la lametta, sto per farlo, un taglietto poco profondo, brucia!

Un po’ di sangue, però non basta per andare oltre, oltre? Se c’è un oltre dove andare, perché non siamo già li?

Devo insistere, andare più a fondo. Accarezzo la lametta con la lingua, un oggetto semplice, ma così importante, tanto da determinare la mia morte.

Guardo i palazzi, la metropolitana è chiusa, altrimenti sarei li, so che dietro ai palazzi, tanto dietro, c’è un albero, forse fiori, una foresta.

Mi sento come un vampiro nella danza del sangue, domani il sole nascendo si specchierà in un lago di sangue, il mio. Che schifo, pensare che da bimbo mangiavo i sanguinacci di maiale, squartavi il maiale a testa in giù, e con una ciotola raccoglievi tutto il sangue, da usare, per cibi vari, compresi dolci.

Ora c’è la luna, ed io ci sono dentro, ad una luna di giove, sono un astronauta virtuale, la parola virtuale non dovrei conoscerla, è l’anno 1977, potrei conoscerla quando magari da anziano ricorderei di avere tentato di tagliarmi le vene. Ma non capiterà perché sto per farlo. Una stupida lacrima mi riga la guancia, spazzo la lacrima con la mano, ed il sale si unisce al sangue, lecco il tutto.

Un altro taglietto, ma ancora non abbastanza profondo, non sufficiente, ma fa male. So che devo tagliare in verticale, per non tagliare i tendini ed andare più in profondità.

C’è un momento nella vita che odi tutto, questo! Detesto le nazioni, le case, le persone, vorrei fare una scoreggia così potente da riempire di vapori merdiferi tutto il mondo conosciuto, anche il mondo spirituale semmai esistesse.

Vorrei la sentissero anche le tribù più nascoste, e prendessero il maestoso rombare per il vocione adirato di non so quale dio, quale dio io?

Una voce! Chi ha parlato? Un uomo, nemmeno un uomo, un ammasso di carne avvolta da stracci maleodoranti, un barbone! Si avvicina, vuole sedersi accanto a me, si siede, nonostante il mio sguardo, l’odore che emana è devastante, un misto di letame di pecora e vomito di gatto, tutto di lui trasuda miseria e abbandono. “Che cazzo vuoi?” Urlo, ma mi fa cenno di non capire, provo a dirlo in inglese, ma cazzo non lo so dire, ci provo: mi metto una mano sul cazzo, a lui dovrebbe suonare così: che (parola) cazzo, (gesto), vuoi (parola)! Dovrebbe aver capito, ma non si alza, sorride, e risponde di no. Cosa cazzo avrà capito. Ci riprovo allo stesso modo, ma lui ancora risponde di no e si tocca il suo cazzo e m’indica come per dire: tu tocca il cazzo a me! Ho capito mi ha preso per gay. No, guarda, non sono gay riesco a dire in un inglese pessimo.

Lui, capisce, sorride ma non si muove, se ne resta seduto di fianco a me.

Non ho la forza d’insistere, provo a guardare la luna, ad estraniarmi, come se lui non ci fosse, dopo alcune lacrime, dopo tanti pessimi pensieri, dopo essermi pianto sufficientemente addosso, ci riprovo, adesso penso, il colpo secco, adesso, la fine è ora, solo un attimo, sto per farlo, sono determinato, quando una sorta di tuono mi scuote dal torpore patetico in cui mi trovo: una cazzo di scoreggia, che botta penso, un tuono devastante, l’avranno sentita pure in Amazzonia, dovrei fregarmene continuare, devo continuare la mia opera suicida, sono pronto cazzo! Lui si volta, mi guarda, sorride, e via un’altra scoreggia. Scoreggia ancora e ancora, una sorta di vulcano merdaiolo, scoppia a ridere e scoreggia, si tocca lo stomaco e bofonchia qualcosa, capisco: My fard, ma forse dice altro. Mentre ride a crepapelle, in me succede qualcosa d’inaspettato, scoppia il riso, rido a crepapelle, e che faccio? Scoreggio, oh si mi sento libero, ore ed ore di immense e divine scorregge, tanto da avvolgere di gas merdaioli tutti i mondi conosciuti. Poi, mentre la luna incredula ci guarda, le stelle ci guardano, e forse ridono, ci fermiamo sfiniti, esausti, ma paghi, ci guardiamo commossi, io getto al di la del deserto la lametta, bevo non so che cosa dalla sua immonda bottiglia, pare una mistera di petrolio e diserbante, scambiandoci la bottiglia siamo uniti al di la di un comune e razionale concetto della vita, uniti in un meraviglioso abbraccio, come due margherite che bucano l’asfalto.

E’ chiaro penso, che se provo tanto gusto nello scoreggiare, perde senso il morire di mia mano. Sufficiente è la pazienza, tanto prima o poi tutti si muore!

Comunque oggi posso affermare con certezza che nessuna filosofia, nessuna religione mi hanno salvato, ma una scoreggia si!

Condividi su
  • 4
  •  
  •  
  •  
  •  
  •   
  •   
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento