PANTA REI

Guardo la strada popolata da anime che rincorrono non sanno bene cosa. Ci sono pure io, il cercatore che mai trova.

Che strana sensazione di vuoto, pur con la mente piena di scorie putrescenti, pensieri disarticolati che come formiche vagano all’interno di me. Da dove viene questo senso di precarietà? Questa insalubre solitudine?

Da dove viene la sensazione d’essere mancante di qualcosa d’ineffabile?

La mia pelle vibra come in attesa, cuore pulsante a volte vacuo. Disappartenenza ad un tempo specifico, o semplicemente fuoritempo.

Da bimbo, cercavo il divino, credevo nel Dio barbuto della bibbia, nelle sue impetuose minacce. La bibbia mi terrorizzava. Poi cominciai ad ascoltare padre Arduino che parlava del vangelo di Cristo, e mi pareva accattivante, mi attraeva il perdono, la compassione, poi crescendo mi accorsi che la compassione era un concetto Buddista.

A 17 anni mi resi conto d’essere attratto più da Marx che da Cristo, facevo analogie ardite tra il Che e Gesù!

Ma restai profondamente deluso sia dai seguaci del Cristo che dai seguaci della falce ed il martello. Due religioni votate al fallimento, per via della necessità della comprensione totale dell’individuo.

Oggi sono anarchico, proprio per l’assenza del mito nel concetto di anarchia, la mancanza dell’ideale, ma la spinta dell’idea!

Per chi si interessa da dilettante di antropologia, o di fisica, il senso del tempo e delle distanze appare ben poca cosa, visto in termini umani, legati allo scorrere della propria vita!

E’ vero che c’è un tempo per ogni cosa, caro Qohelet, lo so, ogni cosa che appare è già stata! E’ anche vero che tutto scorre caro Eraclito, tu che hai vissuto il tempo del Budda e di Lao tzu, e mai entri nello stesso fiume, poiché sempre l’acqua è diversa.

Solo per un attimo una notte, mi sono liberato dal corpo e sono salito in alto, ho visto la terra piccola e mi sono visto vagare come formica tra altre formiche, l’ego ha subito un colpo durissimo.

Volevo scrivere della mia struttura spirituale, la cerca del divino, come essere speciale, ma è falso, non sono speciale e nessuno di noi è realmente un numero primo, siamo parte di una cifra, pur lottando tra numeri e codici binari. A volte mi pare che il sapere sia un onda alla quale diviene sempre più difficile attingere, anche solo avere la volontà di attingere al sapere, sarebbe di per se un grande risultato.

Ora sono avvolto da un tessuto lacrimoso, fili di dolore come seta, una luce falsata di sole spento illumina un buio affamato. Scorie, resti d’amore come schegge impazzite vagano in un etere distonico.

Sono ad un bivio, mi diceva un maestro di poesia Roberto Roversi, che arriva il momento che devi scegliere il silenzio della solitudine. Non capivo bene, tanta era la mia sete di pubblicare, di farmi sentire, vedere, lui gentilmente mi scrisse anche la prefazione  del mio primo volume di poesia, lo so lo fece più che per le mie qualità, per la sua empatia nascosta nella ruvidezza della saggezza.

Continuo a sguazzare nel fango sociale, lo so che è fango, ma una sorta di masochistica rassegnazione mi spinge a continuare, a volte vedo un barlume di luce, mi ci aggrappo come un naufrago, mi salva dall’affogare, ma la terra appare ancora lontana.

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