UNA VITA, LA MIA!

RICORDI E RICERCA

Avevo tre anni la prima volta che sono svenuto, dai primi esami risultò  che avevo una vena schiacciata in testa, forse nell’uscire da mia madre, chissà. Ogni volta che la tensione superava certi limiti, si stringeva la vena ed io svenivo.  Tanti esami, ma a quei tempi, la mia famiglia sopravviveva a stento, ed i mezzi della scienza erano limitati, si pensava ad una operazione, ma il rischio era troppo elevato.

La mia era una famiglia terribilmente meravigliosa, si viveva tutto all’eccesso, la gioia, il dolore, la musica il ballo, la fame. Mio Padre amava mia Madre, ma questo non gli impediva quella violenza che ai tempi appariva quasi normale, le scene alle quali ho assistito non le dimenticherò mai.

Sin da bambino oggi lo so, era evidente il mio autismo, oggi sappiamo che si tratta della sindrome di asperger, ma allora sembravo a tutti semplicemente strano, profondo, e poco bambino.

Ma non è di questo che voglio parlare, la vena, il grumo di sangue che si è saldato da anni all’interno. Avevo 16 anni la prima volta che un medico disse a mia Madre, che se il grumo di sangue si fosse spostato, avrebbe potuto condurmi alla morte. Ma a 16 anni mica puoi avere rapporto con pensieri di morte. Il medico parlò della possibilità di eliminarlo, ma era molto rischioso. Ogni tanto svenivo, poi un professore mi disse che era la mia salvezza, lo svenimento era una difesa del mio corpo che allentava la tensione, quindi allontanava di fatto il rischio della morte.

Ricordo al compimento del diciassettesimo anno, ebbi la consapevolezza della spada di Damocle appesa ad un pelo dalla mia testa. Il pensiero che la mia vita potesse essere aggrappata ad un filo, cambiò radicalmente il mio modo di pensare, la caducità del tutto mi appariva inesorabile. Diventa difficile ipotizzare un futuro, quando aggrappato al presente, vivi  ai bordi di un precipizio. Senti che devi vivere ogni istante come se fosse l’ultimo. Nel mio caso cominciai a cercare la divinità, il cammino mistico, ma non bastava nemmeno quello. A 18 anni bevevo come una spugna, dormivo a Milano con Mario, nei vagoni abbandonati alla stazione. L’unico legame con casa era una amica, che forse non è consapevole di quanto fosse importante per me, lei era poco più di una bambina, ma la sua stessa esistenza rallentava la mia disgregazione.

La mia vita non è così interessante da poter diventare un libro, ma serve a me, navigare nel fiume della memoria, non ho foto del passato, e spesso la mia mente ha tentato di allontanarsi dal ricordo.

Però, quale romanzo più essenziale per noi se non la nostra vita.

Dopo Milano vissi intensamente episodi che hanno fatto di me quello che sono ora. Ma voglio restare sul grumo di sangue. Dai 17 ai 20 anni restai lontano da casa, vivendo da clochard e poi all’interno di una setta religiosa, poi morì mio nonno e dall’Inghilterra tornai.

Disadattato, i miei amici erano gli stessi, ma io ero profondamente cambiato, tentavo di adeguarmi alla loro staticità, fingevo di essere appassionato di calcio, parlavo di donne, macchine, bevevo, ogni tanto esplodevo in eccessi di violenza, picchiavo chiunque incontravo, i miei amici ne erano felici, mi vedevano come un duro, strano ma duro. Ma la testa in quei momenti mi scoppiava, diventavo rosso, il cuore mi batteva all’impazzata. Ricominciai a fare esami, senza dire niente a nessuno. Un amante che avevo al tempo, sposata, lavorava in un centro medico. La spada c’era ancora, potevo morire ad ogni istante.

Io volevo morire, mia Madre era partita, io ero vuoto, avvertivo l’inutilità del mio vivere, senza futuro. Allora perché non finirla subito? Tentai due volte il suicidio, una delle quali mi salvò mio Padre disperato. Forse erano tentativi falsi, non lo so, ma piano piano l’alcool stava riuscendo dove lametta e barbiturici non erano riusciti.

Sono andato avanti anni, consapevole che non avrei avuto un futuro, incapace alla mia felicità, ed alla felicità di chi mi passava accanto. Fino al trentesimo anno, ancora un esame. Il professore mi disse che il grumo si era saldato nella vena, difficilmente sarei morto. Ogni volta che mi sarei innervosito troppo, sarei potuto svenire, ma senza più rischio. Si, avrebbe potuto operarmi, e rimuoverlo, ma il rischio era più grande con l’operazione che non con il tenere il grumo.

A 30 anni, finalmente potei pensare al futuro! Ma come potevo? Avendo vissuto anni con la consapevolezza d’essere appeso ad un filo? Mi sposai!

Eleonora probabilmente mi salvò la vita, mi conobbe che avevo 21 anni, ubriaco tutte le sere, ricordo che un giorno avevamo appuntamento a Bologna il venerdì, mi trovò il sabato in sala di rianimazione. Coma etilico. Da quel giorno mi fece da infermiera. Era inevitabile che la nostra relazione sarebbe finita, anche se si è trasformata in un rapporto di grande amicizia.

Oggi da quasi vecchio, faccio fatica a togliermi dalle labbra quel sapore amaro di precarietà. Forse c’è qualcosa di mistico in questo. Tutto questo per dare un senso a quello che scriverò da ora: ho perso nei vari traslochi tutti i ricordi, foto, documenti, le poesie di mia Madre, gli spartiti scritti da mio padre, sto perdendo la memoria di mia nonna Giuseppina la partigiana. Quindi quelli che scriverò non saranno altro che stralci di memoria, senza alcun ordine, così come arrivano.

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